8 punti per riflettere su veganismo e anarchia

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Immagine di Hartmut Kiewert

 

1. Anarchismo impoverito

L’anarchismo, per me, è una lotta contro tutte le forme di dominio. È un’idea semplice e bellissima che aiuta a mettere in discussione ogni prassi oppressiva.

Ma le nostre relazioni di soggiogamento di miliardi di altre specie sulla Terra è una prassi con cui pochi sembrano essere in disaccordo; le altre specie non solo sono incapaci di comunicare a noi la loro esperienza, ma mettere in discussione significa sfidare abitudini consolidate e visioni del mondo. Se vogliamo essere coerenti con la nostra politica, allora non c’è modo in cui possiamo continuare a ignorare l’impatto che il nostro antropocentrismo
(la centralità dell’essere umano) sta avendo sul resto di questo pianeta.

Eppure, solo perché molti di noi sono coinvolti non significa che siamo caricati di un qualche tipo di “peccato originale”. Tutt’altro: la bellezza e il potere dell’anarchismo è che spinge tutti noi a vivere vite che sono più giuste, amorevoli, significative, soddisfacenti e collettivamente libere. Quindi quando parliamo di specismo, lungi dall’essere altezzosi, dovremmo abbracciare la sfida che pone, approfondire la questione, e fare ciò che possiamo per cambiare l’avvilente stato delle cose.

2. Alienazione dalla terra

Attraverso la civilizzazione e la conquista, le insaziabili culture capitaliste hanno alienato la maggior parte della popolazione mondiale dalle ecologie che sono state i sistemi di supporto della vita della nostra specie durante la sua esistenza. Questo a sua volta ci ha desensibilizzati dalla schiavitù di massa di fasce di forme di vita non-umane al servizio degli umani e del capitale. Tuttavia, dal momento che questa alienazione è tutto ciò che molti di noi, abitanti delle città, abbiamo mai conosciuto, non apprezziamo veramente ciò che è stato perso. Se questo ti sembra vero, allora passa un po’ di tempo di qualità con altri animali; osserva cosa fanno, come interagiscono gli uni con gli altri. Leggi dell’addomesticazione della natura selvaggia per l’espansione del capitalismo, e impara del ruolo chiave che l’agricocoltura animale gioca nel trasformare la foresta piena di vita nei campi di monocolture che al giorno d’oggi costituiscono la nostra campagna.

3. Gli animali stanno alla base di un cumulo di letame

La portata, l’intensità e la normalizzazione dello sfruttamento e della sofferenza degli animali sono più grandi rispetto a una qualunque di queste nella nostra specie. Se non sei d’accordo (come di solito succede) semplicemente non stai prestando attentione. Centinaia se non migliaia di intere specie sono state schiavizzate per il capitalismo, venendo imprigionate, manipolate, allevate selettivamente, usate per esperimenti, usate come macchine riproduttive e uccise per la nostra soddisfazione, profitto e divertimento.

Ogni anno, nel Regno Unito circa 1.000 milioni di animali vengono allevati e uccisi per diventare “cibo”, mentre nello stesso periodo di tempo gli avanzi equivalenti a 86 milioni di polli vengono buttati via. Durante la vita, la vasta maggioranza dei polli sono stipati in capanni con un completo disprezzo dei loro bisogni e desideri di creature viventi, prima di essere uccisi a 6-7 settimane (in natura, vivono per circa 7 anni). L’allevamento selettivo di polli da carne comporta che sono incapaci di sostenere il loro peso e passano dal 76 all’86% del loro tempo distesi; molti muoiono di sete o di fame. La lettiera sporca si solidifica attorno alle loro zampe causando ulcere dolorose. Nel caso delle galline ovaiole, la maggioranza viene tenuta in gabbie, lo stress inteso delle loro vite miserabili può portare all’autolesionismo e al cannibalismo, perciò a molte viene tagliato il becco – senza anestesia – per ridurre questo rischio. Mentre i loro antenati selvatici deponevano 12-20 uova all’anno, la schiavitù ad opera dell’uomo ha prodotto una moderna macchina riproduttiva che depone fino a 300 all’anno per il piacere e per il profitto. Questo è per non dire niente dell’industria casearia e degli allevamenti di suini, bovini da carne e pesci. Quegli animali non saranno capaci di twittare sulla loro miseria (non c’è prova fino ad ora che i maiali siano così sciocchi da passare il loro tempo sui social media): leggete voi stessi riguardo a ciò.

Intanto, ogni anno solo nel Regno Unito circa 4 milioni di animali sono sottoposti a “ricerca”, nel nome della scienza; esperimenti per testare nuovi prodotti come medicinali e sostanze chimiche (detersivi, plastiche, pesticidi, additivi alimentari, ecc.) e test militari. Le più prestigiose università del Regno Unito continuano a imprigionare animali e a sperimentare sugli stessi animali per molti anni incessantemente. Questi includono perversi esperimenti invasivi che alterano fisicamente e psicologicamente i primati (ad esempio impiantando elettrodi nei loro crani, rimuovendo parti dei loro cervelli, studiando gli effetti dello stress e del dolore inflitti deliberatamente, e così via).

Oltre ai loro usi per il “cibo” e per la “scienza”, c’è l’allevamento di animali da compagnia per il piacere umano (migliaia dei quali vengono successivamente tenuti nei rifugi del Regno Unito in un qualsiasi momento dopo essere stati presi prevalentemente da “proprietari” incompetenti), e l’uso di animali per fare soldi in un mucchio di altre industrie (gare, zoo, circhi, ecc.).

4. La difensiva sostiene il dominio

Tutti i sistemi di oppressione sono supportati da atteggiamenti di difesa, giustificazioni, banalizzazioni e negazioni. A volte queste affermazioni possono essere abbastanza imparziali, ma molto più spesso le persone semplicemente reagiscono al sentirsi attaccate e rispondono da una posizione egoista di autoconservazione. Un’etica anarchica dovrebbe derivare da un desiderio di liberazione individuale e collettiva, quindi mi piace pensare che quando un compagno mette alla prova il mio comportamento, io metto da parte il mio orgoglio ferito per un momento e almeno do all’argomento la considerazione che merita.

Eppure gli argomenti sollevati contro lo specismo vengono ripetutamente presi in giro, banalizzati e ignorati, che è sia una grande mancanza di rispetto verso gli altri animali che verso i compagni. Ok, i vegani puritani che fanno sentire in colpa quelli che mangiano un occasionale panino col formaggio non sono d’aiuto, ma solo i compagni più pigri e meno impegnati possono attribuire i loro comportamenti antropocentrici di merda allo scontro con la Polizia Vegana.

5. L’abuso degli animali è inseparabile dal patriarcato

Per me l’abuso degli animali è nella stessa gamma di misogenia, omofobia, razzismo, e dell’abuso dei bambini, degli anziani o dei disabili. Le affermazioni che queste analogie sono razziste/sessiste o discriminano i disabili semplicemente evidenzia lo specismo intrinseco di una posizione come questa, come possiamo infatti fare eccezione per altri esseri senzienti? I principi di base ci sono: violenza perpetrata per piacere o per guadagno dai “forti” contro i “deboli”.

In una casa in periferia, una donna è minacciata dal pugno di un uomo; da qualche parte in un’altra un criceto viene buttato in un gabinetto: entrambi sono rifiuti inutili agli occhi di quelli che esercitano relazioni di possesso su di loro. Nei bagni di un locale alla moda un pesce Betta splendens giace immobile e senza vita sul fondo ghiaioso del suo acquario spoglio; a Croydon, un amico rifugiato afgano aspetta continuamente da anni per una parola dagli avari burocrati del Ministero dell’Interno: entrambi ridotti a meri numeri e oggetti da quelli con il denaro in mente.

Come può una persona non riuscire a vedere queste questioni come essenzialmente la stessa, o rifiutare una e giustificare un’altra?

Nel 1901, l’anarchico Elisée Reclus descrisse come da giovane ha lottato contro la quasi schiacciante pressione per la conformità contro il suo stile di vita vegetariano, “i genitori, gli educatori ufficiali e informali, e i dottori, per non menzionare quella persona onnipotente chiamata “tutti”, tutti lavorano insieme per indurire il carattere del bambino in relazione a questa “carne sui piedi”…” Più di un secolo dopo, la cultura del consumo di carne e latticini è ancora sostenuta dalla derisione e dalla pressione sociale. È in particolare connessa con il maschilismo (ad esempio sei un pappamolle borghese se non riesci a sopportare un po’ di fegato), e il marketing che sfrutta le insicurezze maschili, anche se il 99% di questo atteggiarsi da macho ruota attorno alla carne acquistata pateticamente dai gruppi di distribuzione come Tesco, piuttosto che da creature che sono state cacciate (vedi “The Sexual Politics of Meat” di Carol J. Adams per una discussione più approfondita sul tema). E se vuoi affermarti come un abile cacciatore, posso pensare a bersagli migliori di un cinghiale selvatico.

6. Il veganismo non è una “scelta di consumo” della classe media

Potrebbe sembrare banale, ma per molti “vegani etici”, il veganismo è davvero una filosofia piuttosto che una semplice scelta alimentare. Sfidando il modo in cui pensiamo gli animali come prodotti e come produttori, per il nostro piacere, mettendo in discussione la “necessità” o l’inevitabilità del consumo di animali, e variare la nostra dieta al di là delle fonti animali è solo una parte di ciò, ma ci sono molti modi per sovvertire le nostre relazioni con gli altri animali – dal combattere la cultura dell’allevamento di animali da compagnia, al compiere azioni di liberazione e sabotaggio. In fatti, una definizione di veganismo coniata dal co-fondatore della Vegan Society Donald Watson, era la nozione che gli animali dovrebbero semplicemente essere liberi dallo sfruttamento e dalla crudeltà. Questo toglie un po’ di enfasi alle scelte di consumo, per quanto preferite dai capitalisti verdi e dai progressisti. Troppo spesso le critiche si concentrano sui negozi alla moda di cupcake vegan o stravaganti formaggi finti, mettendo genericamente tutto il veganismo sullo stesso piano del consumismo etico superficiale o di una passeggera moda borghese.

Ma dove sembra che ci sia un mercato, possiamo sempre aspettarci alcune aziende che se ne approfittano per fare soldi (ad esempio viene in mente la recente fregatura di H&M dell’uniforme Unità di Protezione delle Donne curda). È anche falso sostenere che avere un’alimentazione vegetale è un “privilegio di classe”, se qualsiasi cosa è più economico se non preferisci carne finta e sostituti dei latticini. Il paradosso di queste affermazioni è che il movimento per i diritti degli animali e di liberazione animale nel Regno Unito è composto prevalentemente dalla classe operaia e meno dagli accademici rispetto ad altri importanti movimenti, di cui ho avuto esperienza, che riguardano singoli argomenti attualmente presenti nel Regno Unito. Le critiche al veganismo, basate sulla classe, da parte dei femministi con dottorati di ricerca dice di più su loro stessi e su dove passano il loro tempo rispetto a qualsiasi altra cosa.

Ovviamente ci sono alcune persone che non possono evitare di consumare animali perché le condizioni non lo permettono (ad esempio indigenza, certe malattie, migranti in transito, persone che abitano nel deserto… vi siete fatti un’idea); il punto è di fare ciò che possiamo perché perlomeno rifiutiamo lo specismo come dovremmo rifiutare ogni altro sistema di dominio. Sfortunatamente, ancora non ci sono nemmeno arrivati.

I tentativi di costruire un modo di vivere etico sotto il capitalismo e lo stato inevitabilmente tende a sembrare vuoto. Quindi qual è il punto del cambiare adesso le nostre pratiche individuali? Bene, a parte il problema ovvio del fatto che un’insurrezione di massa sembra ancora una possibilità distante, la coerenza nelle nostre idee e nelle nostre azioni ci da vite per cui vale la pena combattere. L’esistenza di relazioni basate sull’amore, sulla solidarietà e sul rispetto ci risparmia dallo squallore inesorabile della vita sotto il capitalismo e ci costringe ad attaccare i sistemi che li minacciano. Senza gli stimolanti esempi dei miei compagni in tutto il mondo sarei tentato dalla rassegnazione totale. Sfidare noi stessi e gli uni gli altri a mettere in discussione il dominio in tutte le sue forme accresce quell’affinità e distruggerebbe l’isolamento. L’anarchia non può essere rimandata all’infinito; a qualsiasi estensione possibile deve essere vissuta nel presente.

Se rispettare la vita non umana è un insignificante “stile di vita” come alcuni insinuano, allora dovremmo vedere il fatto di trattare i nostri compagni con rispetto (ad esempio non abusando di loro) nella stessa luce. Non mi faccio illusioni sulla capacità del veganismo di creare un cambiamento rivoluzionario, ma questo è vero per tutte le “scelte di stile di vita”: non possiamo solo accontentarci di cambiare il modo in cui viviamo e in cui ci trattiamo gli uni con gli altri – noi abbiamo sempre bisogno di combinare questo con l’attacco alle strutture del potere.

7. Il veganismo non è “imperialismo culturale”

I principi fondamentali che stanno alla base del veganismo non sono affatto “occidentali” (nel senso di un prodotto dell’illuminismo che si ritiene abbia avuto origine in Europa occidentale); semmai, dato che l’espropriazione capitalista della terra per prima creò scompiglio in quella parte del mondo, è vero esattamente l’opposto. Attraverso una stretta relazione con piante e animali, spesso amplificata da credenze animiste, molti popoli indigeni mantengono relazioni più sane con gli animali che li circondano, al punto dell’esagerazione e degli stereotipi idealizzati. Il fatto che, nel diciannovesimo secolo, alcuni illustri progressisti anglofoni iniziarono a parlare in modo chiaro di benessere animale non da all’Occidente il monopolio sul rispetto della vita animale.Infatti, alcuni dei discorsi in cui questi erano inserirti (in particolare, alla ricerca di una base scientifica per il benessere animale), erano più problematici delle pratiche dei popoli indigeni che per il proprio cibo si dedicavano in primo luogo alla caccia, ma non hanno mai cercato di schiavizzare gli animali.

Ciò nonostante ci sono state alcune campagne apertamente razziste dall’organizzazione benefica PETA, o imperialiste – e francamente ridicole – concetti come la “Settimana Mondiale per l’Abolizione della Carne”. Ma proprio come l’esistenza delle organizzazioni benefiche femministe proggressiste fa sì che pochi di noi rigettano totalmente il femminismo, ciò difficilmente serve da base per le affermazioni secondo cui il veganismo sarebbe di per sé, occidentale o imperialista. Un atteggiamento come questo significa anche trattare con condiscendenza e disprezzare i popoli e le culture che evitano la carne e i latticini, per la maggior parte dell’anno o completamente.

Infine, l’allevamento di animali va di pari passo con i continui espropri delle persone dalle terre. Ci servono grandi quantità di terreno per la produzione dei cibi di origine animale; ciò è vero sia per gli animali “allevati all’aperto” che brucano sui pascoli sia per quelli che mangiano mangine nelle cupe industrie di animali. Al contrario, molte più persone potrebbero essere mantenute su un dato pezzo di terra con una dieta vegetale piuttosto che con il bestiame, che consuma anche molta più acqua. In Sud America il land grabbing che deriva dall’allevamento di bovini è stato il principale fattore della perdita di terreni dei poveri e della distruzione delle terre e delle culture dei popoli indigeni. I terreni coltivabili sono sia scarsi che mal distribuiti; abbiamo bisogno di apportare grandi cambiamenti nel nostro rapporto con questi se dobbiamo fare i conti con enormi aumenti della popolazione pur resistendo a pratiche immorali come l’espansione dei programmi di sterilizzazione degli umani o gravi incursioni in ciò che rimane nelle sacche di natura selvatica.

8. Gli appetiti carnivori significano ecocidio

L’allevamento di animali è sinonimo di perdità dell’habit per gli animali selvatici e la precipitazione del cambiamento climatico. Le foreste mondiali, per esempio, sono state all’incirca dimezzate negli ultimi 30 anni. L’agricoltura animale è stata la causa primaria di questo, specialmente in regioni come l’Amazzonia, che è una fonte di ricca biodiversità e della produzione mondiale di circa il 20% dell’ossigeno. Come anarchici dobbiamo smettere di sostenere l’allevamento di altri esseri viventi e la riproduzione di rapporti distruttivi con i terreni – non solo come fine in sé, ma come una tattica tra molte nella lotta contro l’impoverimento della Terra.

In un mondo oltre il capitalismo, né l’allevamento di animali né la caccia saranno mezzi di sopravvivenza attuabili su larga scala. Il continuo allevamento di animali, implicazioni etiche a parte, sarà impossibile per molte popolazioni a causa dell’intenso bisogno di terra e acqua che comporta. La fantasia romantica del cacciatore dei primitivisti millenari, all’apparenza più etica, fa riferimento a un’era in cui la terra era ricoperta di foreste lussureggianti e l’umano era un tutt’uno con l’animale. Sfortunatamente il paesaggio post-industriale con cui saremo lasciati è probabile che sarà molto differente dalle foreste e dalle steppe in cui vagavamo prima della crescita della civilizzazione. Quel poco che resterà della fauna selvatica sarà relegata ai margini e senza dubbio minacciata di estinzione dai cacciatori umani. Sebbene le abilità nella caccia possono essere utili per gli individui nelle emergenze, non è una soluzione collettiva e alla fine sarà un comportamento suicida se la vediamo per quello che è.

 

FONTE: 8 reasons why meat-eating anarchists need a kick up their anthropocentric arses


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